Omelia per la festa di San Giuseppe 2019

S. Giuseppe: la bellezza di una vita semplice
(19.03.19)

La festa di S. Giuseppe invita a soffermarsi con venerazione sulla figura dello sposo della Beata Vergine Maria e patrono della Chiesa universale. La figura di questo grande Santo, pur rimanendo piuttosto nascosta, riveste nella storia della salvezza un’importanza fondamentale. Egli si dimostrò, al pari della sposa Maria, autentico erede della fede di Abramo: fede nel Dio che guida gli eventi della storia secondo il suo misterioso disegno salvifico.
La grandezza di Giuseppe consiste in alcune qualità che ha vissuto nella sua vita e che sono il messaggio che oggi vorrei cogliere per ciascuno di noi, per i padri e le madri di famiglia, per i presbiteri, che esercitiamo la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali, per gli educatori, chiamati a trasmettere il senso della vita.
Giuseppe ha vissuto la sua esistenza accanto a Gesù e a Maria nella semplicità. La semplicità non è sinonimo di superficialità, di mediocrità, ma di essenzialità, di genuinità. La semplicità, in cui visse Giuseppe, è fatta di ordinaria straordinarietà, e di straordinaria ordinarietà. È la semplicità di chi ha la saggezza di assaporare le cose belle della vita, senza pretendere l’impossibile. Fin quando non si apprezzano le piccole cose il mondo e il nostro cuore rimarranno sempre miseri e inquieti. Chi riesce a guardare dentro i fatti della vita, soprattutto quelli più semplici, riesce a vedere più lontano. La vita di Giuseppe, nel Vangelo, si sintetizza nell’affermare che egli è un carpentiere, un operaio, in greco tektos, cioè un uomo che lavora, un uomo, cioè, che vive una semplice ordinarietà, eppure in questa semplice ordinarietà, egli fa qualcosa di straordinario, alleva il Figlio di Dio. La nostra grandezza non dipende da cosa facciamo, ma da come facciamo quello che siamo chiamati a fare. «La vera felicità non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel volere ciò che si fa» (cfr V. Albisetti, Verso la consapevolezza, p 47).
«Giuseppe è il modello degli umili che il Cristianesimo solleva a grandi destini; Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono grandi cose, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vera e autentiche» (Paolo VI).
Impariamo da Giuseppe la semplicità di una vita quotidiana fatta di scelte coraggiose, anche se non eclatanti (fedeltà degli sposi, donazione dei genitori, impegno onesto dei lavoratori, coerenza dei consacrati…).
Un’altra caratteristica di Giuseppe è l’attenzione ai bisogni della Santa Famiglia. Lo vediamo sempre pronto a venire in aiuto a Gesù e Maria. Ogniqualvolta l’angelo lo chiama, lui è pronto, è attento. Abbiamo bisogno di educarci all’attenzione, non come concentrazione di un momento, ma come atteggiamento dello sguardo e dell’ascolto mentale. Si manca molto di attenzione, per troppa distrazione. Siamo troppo distratti, e ci sfuggono le realtà della vita (ci sfuggono desideri, progressi e regressi dei figli; attese ed esigenze dei coniugi). Essere attenti significa non accontentarsi di vedere, ma imparare a guardare, non accontentarsi di dire, ma imparare a parlare, non accontentarsi di sentire ma imparare ad ascoltare. Essere attenti significa imparare dalla vita, gustandone ogni momento, ogni attimo. Si dice che la vita ha molti amanti, ma pochi allievi; perché spesso dalla vita non riusciamo ad imparare, in quanto troppo distratti. Attenzione significa cogliere ciò che dà calore e colore alla vita. Attenzione non significa sapere molte cose, ma scoprire il sapore delle cose. Solo così si può dire di vivere in pienezza la vita. È l’attenzione alle piccole e semplici cose che ci rende veramente felici (come lo stare a giocare con i figli, il guardare negli occhi il coniuge e dare tenerezza…).
Un’altra caratteristica di Giuseppe è la positività. Le parole riferite ad Abramo da S. Paolo, nella 2a lettura, sembrano il profilo di S. Giuseppe; Egli ha sperato contro ogni speranza, nonostante non comprendeva il progetto di Dio e abbia vissuto momenti di sconforto e di difficoltà. S. Giuseppe, come Abramo, è stato il Padre della fede, perché è stato un testimone della speranza, della positività.
Non facciamoci rubare la speranza; abituiamoci a pensare e sentire positivamente. Nonostante siamo immersi in un mondo che ci annebbia e intossica di negatività, non smettiamo di tenere gli occhi fissi su ciò che allieta il cuore. La speranza, il positivo è l’epifania della vita. Chi privilegia il positivo fa del bene a se stesso e fa del bene al prossimo. I nostri figli in questo momento hanno bisogno di positività di continuare a sperare. Educate i figli a vedere le cose belle che ci sono attorno a noi; apriamo gli occhi a queste cose belle e buone.
Carissimi tutti, da S. Giuseppe impariamo ad apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, compiendo con entusiasmo e con coraggio la vocazione a cui siamo stati chiamati, incominciando dalla grande e non facile missione educativa; siamo attenti premurosi verso i bisogni di chi ci è stato affidato, trasmettendo positività e speranza. I nostri figli di questo hanno bisogno: di semplicità coraggiosa, di attenzione premurosa, di testimonianza di positività.