Lectio Biblica [Apocalisse: Il canto di esultanza per la vittoria di Cristo (19,1-21)]

Il Canto di esultanza
per la vittoria di Cristo

(Apocalisse 19)

Testo
1Dopo queste cose, udii come voce grande di folla molta nel cielo dicente: «Alleluia! La salvezza e la gloria e la potenza del Dio di noi; 2perché veri e giusti i giudizi di lui; perché ha giudicato la prostituta quella grande che ha corrotto la terra con prostituzione di lei, e ha vendicato il sangue dei servi di lui, da mano di lei!».
3E per la seconda volta dissero: «Alleluia! E il fumo di lei sale nei secoli dei secoli!». 4E caddero i vegliardi ventiquattro e i quattro viventi e adorarono Dio, il sedente sul trono, dicendo: «Amen, alleluia». 5E voce dal trono uscì dicente: «Lodate il Dio di noi tutti, i servi di lui che temete lui, i piccoli e i grandi!». 6E udii come voce di folla molta e come voce di acque molte e come voce di tuoni forti dicenti: «Alleluia, perché ha iniziato a regnare Signore Dio di noi, il Pantocràtor. 7Rallegriamoci ed esultiamo e diamo la gloria a lui, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sposa di lui ha preparato se stessa 8ed è stato dato ad essa perché si avvolga di bisso splendente puro». Infatti il bisso le opere giuste dei santi è.
9E dice a me: «Scrivi: Beati al pranzo di nozze dell’agnello chiamati!». E dice a me: «Queste le parole vere di Dio sono». 10E caddi davanti ai piedi di lui per adorare lui. E dice a me: «Guarda, No! Conservo di te sono e dei fratelli di te che hanno la testimonianza di Gesù. Dio adora». Infatti, la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.
11E vidi il cielo aperto, ed ecco cavallo bianco e il sedente su esso chiamato «Fedele» e «Verace» e con giustizia giudica e combatte. 12Poi gli occhi di lui come fiamma di fuoco, e sul suo capo di lui diademi molti, avendo nome scritto che nessuno conosce se non egli stesso, 13e avvolto di mantello intriso di sangue, ed è chiamato il nome di lui: la Parola di Dio. 14E gli eserciti nel cielo seguivano lui su cavalli bianchi, vestiti di bisso bianco e puro. 15E dalla bocca di lui esce spada affilata, affinché con quella colpisca le genti, ed egli pascolerà esse con verga di ferro, ed egli calca il tino del vino del furore dell’ira di Dio il Pantocràtor, 16e ha sul mantello e sulla coscia di lui nome scritto: Re dei re e Signore dei signori.
17E vidi un angelo stante nel sole e gridò con voce grande, dicendo a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: «Venite, radunatevi per il pranzo quello grande di Dio 18affinché mangiate carni di re e carni di tribuni e carni di forti e carni di cavalli e di sedenti su di essi e carni di tutti, liberi e schiavi e piccoli e grandi». 19E vidi la bestia e i re della terra e gli eserciti di loro radunati per fare la guerra contro il sedente sul cavallo e con l’esercito di lui. 20E fu presa la bestia e con essa il falso profeta che aveva fatto i segni davanti ad essa, con i quali ingannò coloro che presero il marchio della bestia e coloro che adoravano l’immagine di lei, vivendo furono gettati i due nella palude del fuoco, che brucia con zolfo. 21E i restanti furono uccisi con la spada del sedente sul cavallo quella uscente dalla bocca di lui, e tutti gli uccelli furono saziati dalle carni di loro.

Introduzione
Il capitolo in questione si divide in due parti.
La prima (vv.1-10) è l’inno di lode, che segue dopo le tre trenodie, che piangevano la caduta di Babilonia. Mentre i lamenti partivano dalla terra, l’inno viene dal cielo e si sviluppa in due cori che inneggiano a Dio. Il primo (vv. 1-4) canta alla sua onnipotenza e alla giustizia dei suoi giudizi, il secondo (vv. 5-8) annuncia invece le nozze dell’Agnello.
La seconda parte (vv. 11-21), invece, costituisce una successiva descrizione della vittoria di Cristo, non più sotto il segno dell’Agnello, ma del cavaliere apocalittico, che vince con la forza della sua parola.

Meditazione
1Dopo queste cose, udii come voce grande di folla molta nel cielo dicente: «Alleluia! La salvezza e la gloria e la potenza del Dio di noi; 2perché veri e giusti i giudizi di lui, perché ha giudicato la prostituta quella grande che ha corrotto la terra con sua prostituzione di lei, e ha vendicato il sangue dei servi di lui, da mano di lei!». Il capitolo inizia con la frase: “meta touto” (dopo queste cose); espressione tipica giovannea (cfr Gv 19,28), la quale indica che ciò che è avvenuto prima è di notevole importanza per la storia della salvezza, è che un fatto nuovo si aggiunge all’opera della redenzione e dà senso a quello che sta per succedere. La caduta di Babilonia fa parte del piano di Dio e apre una nuova pagina.
La folla immensa, già incontrata nel cap. 7,9, in questa prima parte dell’inno, esalta Dio, perché vere e giusti sono i suoi giudizi. Il più importante dei quali è stato pronunciato sulla grande prostituta, che corrompeva la terra con la sua corruzione. Dio in questo modo fa giustizia del sangue dei suoi servi, intervenendo efficacemente per ristabilire l’ordine di quanti si sono fatti corrompere.
Questi versetti sono quasi alla lettera quelle che Dio, per bocca del profeta Eliseo, pronuncia contro la regina Gezabele: «Vendicherò il sangue dei miei servi, i profeti, e di tutti i servi di Dio sopra Gezabele» (2Re 9,7). La figura di questa donna l’abbiamo già incontrata nella lettera a Tiatira (cfr 2,18-20). Questa era una regina dell’antico Israele la cui storia è narrata in 1Re. Sposò Acab, re di Israele. Era dotata di una personalità molto forte e nel racconto biblico si ha l’impressione che fosse lei a gestire il potere e a dominare il marito. Ella, essendo di origine fenicia, introdusse in Israele il culto del dio fenicio Baal (“Signore”), nomina 450 sacerdoti del nuovo dio e stermina quelli di Yahweh, perseguita il profeta Elia, inviato da Dio per ripristinare il vero culto. Ecco perché lei è l’emblema della Babilonia prostituta, cioè della Gerusalemme idolatra.
Il cerchio che si era aperto nel cap. 6,9-10 con il grido degli uccisi si sta chiudendo. Lì si chiedeva a Dio quando avrebbe emesso il suo giudizio, qui si dice che Dio ha emesso il suo giudizio; lì i martiri chiedevano a Dio quando avrebbe vendicato il loro sangue, qui si dice che Dio ha vendicato il sangue dei suoi servi; lì la giustizia era invocata contro gli abitanti della terra, qui la giustizia ha colpito Babilonia, la corruttrice degli «abitanti della terra» (17,2). Il sangue dei martiri non è stato versato invano. Dio prima o poi farà giustizia di quanti hanno subito cattiveria, angherie. Nessuno rimarrà impunito.
La parola che ricorre spesso è “Alleluia”, acclamazione tanto frequente nei salmi e che compare solo qui in tutto il NT. Il termine ha il valore di brevissima esortazione. È la trasposizione in greco, e quindi in italiano, di una parola ebraica, composta da un verbo ed un nome; Hallelù è imperativo plurale, che significa lodate; Yàh è il nome di Dio. Quindi è un invito a lodare Dio.
3E per la seconda volta dissero: «Alleluia! E il fumo di lei sale nei secoli dei secoli!». Mentre sale il fumo delle macerie di Babilonia, continua l’inno di esultanza. Quel fumo che sale è il segno di una sconfitta e di una vittoria; sconfitta del male, vittoria del Bene.
4E caddero i vegliardi ventiquattro e i quattro viventi e adorarono Dio, il sedente sul trono, dicendo: «Amen, alleluia». Alla lode della folla immensa si unisce la corte celeste, anch’essa incontrata nel capitolo 4. I ventiquattro anziani e i quattro esseri viventi si prostrano davanti a Dio, seduto sul trono e lo adorano. Insieme ad “Alleluia”, essi dicono anche “Amen”; anch’esso termine ebraico che significa solidità, stabilità, fermezza, certezza. “Amen” è l’assenso al piano di Dio. Si loda Dio (“Alleluia”), perché si aderisce al suo piano di salvezza (“Amen”). Chi canta “Alleluia”, non può non cantare “Amen”, altrimenti è un controsenso.
5E voce dal trono uscì dicente: «Lodate il Dio di noi tutti, i servi di lui che temete lui, i piccoli e i grandi!». Anche in questo versetto in realtà c’è il termine Alleluia, «Lodate il Dio». Qui si riprende il tema che era stato presentato nella settima tromba (cfr 11,18). Al coro succede un solista, che è presso il trono di Dio, è quindi un messaggero che comunica un desiderio divino, espresso con una citazione del salmo 135: è un appello alla lode che coinvolge tutti i servi e timorati di Dio, cioè i fedeli di qualsiasi età, cultura e dignità, piccoli e grandi.
6E udii come voce di folla molta e come voce di acque molte e come voce di tuoni forti dicenti: «Alleluia, perché ha iniziato a regnare Signore Dio di noi, il Pantocràtor. 7Rallegriamoci ed esultiamo e diamo la gloria a lui, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sposa di lui ha preparato se stessa 8ed è stato dato ad essa perché si avvolga di bisso splendente puro». Infatti il bisso le opere giuste dei santi è. Questa strofa corrisponde alla prima. Tutta l’umanità redenta e tutta la creazione proclamano l’instaurazione del regno di Dio ed esortano tutti alla gioia, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è già preparata, anche se ancora non appare. La sposa apparirà nel capitolo 21, dove il tema dello sposalizio sarà ripreso con dovizia di particolari. Il simbolo delle nozze è usato dai profeti per raccontare la nuova e definitiva alleanza. Anche se non compare, la sposa è già pronta, ha ormai indossato la veste, simbolo caro alla Bibbia, per raffigurare la dignità di una persona. Questa veste sono le opere giuste dei santi. Il pensiero corre alla celebre parabola degli invitati a nozze e dell’abito nuziale (cfr Mt 22,1-14).
Ma è importante notare che la veste di bisso splendente puro, viene donata (passivo teologico) alla sposa. Proprio perché la veste indica la dignità è qualcosa che viene donata, è grazie alla redenzione di Cristo che l’umanità può entrare nella giusta relazione con Dio. Se i credenti si salvano e possono compiere opere buone è perché Cristo li ha redenti, li ha salvati. Nessuno si salva per le proprie opere buone, solo Cristo salva, altrimenti si cade nel pelagianesimo, eresia antica e sempre attuale. Il monaco Pelagio, nato nel V secolo, affermava che la natura di tutti gli esseri umani, non essendo stata ferita dal peccato di Adamo, era sempre in grado di scegliere il bene e evitare il peccato, esercitando semplicemente la propria forza di volontà. In questo caso non è Cristo a salvarci, ma possiamo farlo, contando sulle proprie forze e facendo a meno di Lui, del dono e del soccorso della sua grazia.
Questa eresia è stata denunciata dallo stesso Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate (47-59).
La santità viene da Dio; è un frutto e un dono della grazia divina, non è l’esito di un proprio sforzo. È Cristo che dà le vesti alla Chiesa, perché si avvolga; è grazie a lui se è possibile compiere il bene. L’intervento escatologico di Cristo, l’Agnello che toglie il peccato del mondo, fa passare l’umanità dalla condizione di prostituta a quella di sposa. Il regno messianico, il regno di Dio, atteso da secoli, si è stabilito, si è compiuto, attraverso la venuta, la morte e la risurrezione di Cristo. Dio Padre regna attraverso il Figlio suo risorto. L’umanità è così resa capace di una autentica comunione di amore con Dio, simbolo del quale sono le nozze.
Con le parole del salmo 117(118), 24, che è un canto pasquale, l’umanità è invitata ad esultare, perché finalmente il giorno tanto atteso, il giorno del Signore, il giorno messianico, si è realizzato, in Cristo, il vero Signore dell’universo, ma ancora di più lo Sposo della Chiesa.
Da qui in avanti si tenderà a contrapporre l’immagine della città prostituta Babilonia, con l’immagine della città sposa, la Gerusalemme celeste, la sposa dell’Agnello, che è Cristo. Questa sposa è la comunità dei redenti, dei battezzati, dei credenti, si unisce in modo definitivo al suo sposo.
9E dice a me: «Scrivi: Beati al pranzo di nozze dell’agnello chiamati!». E dice a me: «Queste le parole vere di Dio sono». Un angelo parla a Giovanni e pronuncia la quarta benedizione del libro. Una frase simile si trova nel Vangelo di Luca (cfr 14,15) ed è una espressione prettamente liturgica, che richiama l’invito prepararci a ricevere il Corpo e Sangue di Cristo.
L’Eucarestia è il banchetto di nozze, a cui viene invitata tutta l’umanità e in cui Cristo stesso si dona; è il Donatore e il Dono, è lo sposo che imbandisce il banchetto, ma anche il cibo che si mangia nel banchetto. È bello vedere l’Eucarestia in termini sponsali, nuziali. In ogni Eucarestia noi ci sposiamo con Cristo, ci uniamo a lui, per formare con lui un solo corpo, una sola carne.
Questa riflessione ci fa comprendere lo strettissimo legame tra Eucarestia e Matrimonio; anche in quest’ultimo sacramento vi è un dono che rispecchia quello di Cristo. Come Cristo si dona alla chiesa, affermando questo è il mio corpo dato per voi, così lo sposo e la sposa si donano affermando questo è il mio corpo donato a te. Per tale motivo, Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, riprendendo un pensiero di S. Giovanni Paolo II, afferma che «Il linguaggio del corpo e i gesti d’amore vissuti… diventano una “ininterrotta continuità del linguaggio liturgico”, e “la vita coniugale diventa, in un certo senso liturgia”» (AL 215). Ed è ancora per questa ragione che la chiesa accetta i rapporti sessuali solo all’interno di un sacramento, che ha impresso nei due sposi l’immagine di Cristo e della Chiesa. C’è una dimensione nuziale nell’Eucarestia, così come vi è una dimensione Eucaristia nelle nozze, in ciò consiste l’essenza del matrimonio.
10E caddi davanti ai piedi di lui per adorare lui. E dice a me: «Guarda, No (farlo)! Conservo di te sono e dei fratelli di te che hanno la testimonianza di Gesù. Dio adora». Giovanni si prostra ai piedi dell’angelo, ma lui lo invita ad adorare solo Dio. Anche in 21, 8 si parlerà di un tentativo da parte di Giovanni di adorare l’angelo.
In questi episodi è forse possibile vedere il riflesso di una preoccupazione di Giovanni per forme di angelolatria in concorrenza con il culto di Cristo.
Ma la ripetizione degli episodi di tentata adorazione al termine delle due esposizioni riguardanti i rapporti di Cristo con la sua sposa, la Chiesa, ha forse un valore strutturale per indicare che nel secondo caso si tratta di una ripresa e di uno sviluppo dell’argomento trattato in precedenza.
Infatti, la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia. Qui è da intendere come testimonianza resa a Gesù. Questa testimonianza è resa dallo Spirito Santo; è lui che ispira i profeti i quali, animati dalla sua testimonianza interiore, parlano del Cristo e testimonio di lui. Gesù stesso lo aveva affermato: «Lo Spirito della verità testimonierà a mio riguardo, e anche voi testimonierete» (Gv 15,26-27).
11E vidi il cielo aperto, ed ecco cavallo bianco e il sedente su esso chiamato «Fedele» e «Verace» e con giustizia giudica e combatte. Con questo versetto inizia la seconda parte del capitolo, che costituisce una ulteriore specificazione della vittoria di Cristo, simboleggiato non più sotto il segno dell’Agnello, ma del cavaliere apocalittico, che cavalca un cavallo bianco. All’apertura del primo sigillo (6,1-2) era già apparso questo cavaliere. Allora si disse che Giovanni prima di mostrarci i mali presenti nel mondo, rappresentati dagli altri cavalli, ci aveva presentato all’inizio il cavallo bianco per infondere il presentimento che la vittoria sarebbe stata di Dio.
Dopo i vari settenari, con tutto il male raccontato, scende in campo ancora una volta il cavallo bianco, perché siamo di fronte alla battaglia finale. Dopo l’annientamento del dominio terreno di satana, raffigurato nella grande prostituta, è la volta del maligno in persona, del male in sé, della sua dimensione ontologia e trascendente. Il maligno, satana è certamente un essere reale e individuale, come ci insegna la Scrittura e come ci trasmette la Chiesa; un essere che agisce indipendentemente dall’uomo. Solo Cristo può liberarci da questo essere e distruggere il suo regno, la morte.
Babilonia rappresenta il dominio terreno di satana, le due bestie i sistemi di peccati, attraverso cui lui agisce, la corruzione politica e religiosa, il drago è lui in persona, la morte e l’ade il suo regno.
Prima è stata colpita Babilonia, adesso tocca al resto.
Il giudizio, che dopo Babilonia colpirà le due bestie, il drago ed infine la morte e l’ade, segue l’ordine inverso della prima apparizione di ciascuno di questi antagonisti. La morte e l’ade erano entrate in scena in 6,8, il drago in 12,2-18, le due bestie in 13,1-13 e Babilonia in 14,8. Tutto questo dice che il cerchio si va chiudendo.
Giovanni vide il cielo aperto; è un participio perfetto, indica, quindi, una apertura definita. Nel cap. 4,1 Giovanni aveva visto una sola porta del cielo aperta, adesso tutto il cielo è aperto, ed è aperto in modo definitivo. Questo aprirsi del cielo è collegato con un intervento di Dio finalizzato a giudicare e a salvare (cfr Sal 18,10; 144,5; Is 63,19), quindi si realizza la pienezza della rivelazione.
Il cavaliere apocalittico viene definitivo con una terna di nomi: Fedele e Verace, Parola di Dio, Re dei Re e Signore dei signori.
I titoli Fedele e Verace, Re dei Re e Signore dei signori sono già comparsi precedentemente (cfr 3,7.14; 4,6.10; 17,14).
Cristo è la Parola di Dio fatta carne, chiaro riferimento al prologo del Vangelo di Giovanni (1,1ss).
12Poi gli occhi di lui come fiamma di fuoco, e sul suo capo di lui diademi molti, avendo nome scritto che nessuno conosce se non egli stesso, 13e avvolto di mantello intriso di sangue, ed è chiamato il nome di lui: la Parola di Dio. Lo sguardo di Cristo ricorda quanto detto in 1,14 e 2, 18. Il drago ha solo dieci diademi (cfr 13,1), lui ne ha molti, segno di un potere illimitato. Ha un nome che nessuno conosce. È il nome divino di Kyrios, «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Anche se Cristo si è rivelato, però il suo nome, cioè la sua identità rimane sempre un mistero, perché egli è divino. Gesù stesso aveva detto che nessuno conosce il Figlio se non il Padre (cfr Mt 11,27). C’è qualcosa di Gesù che rimane misteriosa, e che solo il Padre conosce pienamente.
Il mantello intriso di sangue riprende quanto riporta Isaia (63,1-6). Fa riferimento all’intervento di Dio contro i nemici del suo popolo. Il profeta vede il Signore che torna trionfante dall’Idumea, con le vesti ancora intrise di sangue, dopo aver sbaragliato da solo i nemici di Israele. Ma qui il riferimento è a Cristo che, con il suo sangue, ha vinto su tutti gli operatori del male. È vincitore, ma il mantello è intriso di sangue. Il risorto si presenta sempre con le ferite, porta sempre i segni del suo sacrificio di amore. Anche all’inizio l’Agnello si era presentato ritto ed immolato (cfr 5,6).
14E gli eserciti nel cielo seguivano lui su cavalli bianchi, vestiti di bisso bianco e puro. È seguito da un esercito formato da uomini glorificati, da persone uccise a causa della loro fede, che partecipano alla gloria del Cristo risorto, sono infatti vestiti di bianco.
15E dalla bocca di lui esce spada affilata, affinché con quella colpisca le genti, ed egli pascolerà esse con verga di ferro, ed egli calca il tino del vino del furore dell’ira di Dio il Pantocràtor, 16e ha sul mantello e sulla coscia di lui nome scritto: Re dei re e Signore dei signori. Dalla bocca esce una spada, simbolo della Parola con cui sbaraglia i suoi nemici. Questa Parola, al pari della spada affilata che esce dalla sua bocca, rappresenta un giudizio che uccide i malvagi, simile alla Parola di Dio che, secondo il libro della Sapienza, nella notte dell’esodo, si lancia sugli egiziani come un guerriero terribile, portando come spada affilata il decreto irrevocabile di Dio e semina ovunque strage (cfr Sap 18,15). Si realizza così la profezia messianica di Isaia: la sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, con il suo soffio delle sue labbra ucciderà l’empio (11,4). La stessa allusione si trova nel Sal 2. Dio vince con la forza della sua Parola che scende dal cielo, cioè Gesù Cristo. Egli calca il tino del vino dell’ira di Dio, perché è stato schiacciato come vittima sacrificale; lui ha bevuto alla coppa, invece di farlo bere ai peccatori. Due nomi sono scritti sul mantello e nella coscia. Qui l’autore paragona il vincitore ai grandi eroi e atleti antichi, le cui statue appunto avevano scritto il nome sulla gamba.
17E vidi un angelo stante nel sole e gridò con voce grande, dicendo a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: «Venite, radunatevi per il pranzo quello grande di Dio 18affinché mangiate carni di re e carni di tribuni e carni di forti e carni di cavalli e di sedenti su di essi e carni di tutti, liberi e schiavi e piccoli e grandi». Si apre un’altra scena diversa. Un angelo, che partecipa dello splendore e della potenza di Cristo, invita ad un banchetto macabro. Dio prepara ai rapaci un ricco festino con la vittoria da lui conseguita sui nemici. Questa descrizione è fatta con immagini che ricorrono nella profezia di Ezechiele contro Gog e Magog (cap. 39,17-20). Tale banchetto si oppone al banchetto buono, delle nozze dell’Agnello.
19E vidi la bestia e i re della terra e gli eserciti di loro radunati per fare la guerra contro il sedente sul cavallo e con l’esercito di lui. 20E fu presa la bestia e con essa il falso profeta che aveva fatto i segni davanti ad essa, con i quali ingannò coloro che presero il marchio della bestia e coloro che adoravano l’immagine di lei, vivendo furono gettati i due nella palude del fuoco, che brucia con zolfo. 21E i restanti furono uccisi con la spada del sedente sul cavallo quella uscente dalla bocca di lui, e tutti gli uccelli furono saziati dalle carni di loro. La bestia diabolica e i potenti della terra, con i loro eserciti, vogliono muovere guerra al cavaliere apocalittico, ma sia la bestia, potere politico corrotto, che il falso profeta, potere religioso corrotto (cfr cap. 16) vengono catturate e gettate nello stagno di zolfo, destinate così alla morte eterna (cfr 14,10), mentre le carne dei potenti depravati sono cibo degli uccelli rapaci, in un macabro banchetto.
Non c’è più posto per il male.

Conclusione
Il cantico di esultanza nasce spontaneo dopo la caduta di Babilonia; questa caduta è la prova che il maligno è destinato alla sconfitta definitiva e totale. Solo Cristo, l’Agnello immolato e il Cavaliere vittorioso, può liberarci da satana, solo Cristo ha il potere di distruggere la morte. Uniti a lui siamo più che vincitori. Ecco perché già da ora possiamo cantare il canto dei redenti.
Si canta l’Alleluia per la certezza della definitiva vittoria.

Approfondiamo la Parola

  1. E dice a me: «Scrivi: Beati al pranzo di nozze dell’agnello chiamati!» (19,9). Il nostro rapporto con Cristo è sponsale. Rifletti sulla dimensione nuziale dell’Eucaristia. La tua partecipazione all’Eucarestia è partecipazione a vere nozze con Cristo? Vivi questo rapporto con lui in termini di amore e di fedeltà?
  2. «ed è chiamato il nome di lui: la Parola di Dio. E dalla bocca di lui esce spada affilata (19,13.15). Gesù è la Parola di Dio. Che rapporto hai con la Parola? Come ti accosti a questa Parola? Ti scuote, ti interroga, ti invita a conversione?

Medita alla luce della Parola di Dio
Sal 2; Sal 118(117); Sal 19(18); Sap 18,14-25; Is 63; Ez 39,17-28; Mt 22,1-14; Gv 1,1-5.14; Gv 15,26-27; Fil 2,5-11.

Preghiera

Alleluia
Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio;
veri e giusti sono i suoi giudizi.
Alleluia
Lodate il nostro Dio, voi tutti suoi servi,
voi che lo temete, piccoli e grandi.
Alleluia
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l’Onnipotente.
Alleluia
Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria.
Alleluia
Sono giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.


È possibile scaricare il documento PDF della Lectio Biblica.

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