Lectio Biblica [Apocalisse: La sesta e la settima coppa (Ap 16,12-21)]

L’Apocalisse: la sesta e la settima coppa
(Apocalisse 16,12-21)

Testo
12E il sesto versò la coppa di lui sopra il fiume quello grande l’Eufràte e si seccò l’acqua di esso perché fosse preparata la strada dei re quelli dal sorgere del sole.
13E vidi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta spiriti tre impuri come rane: 14sono infatti spiriti di demòni facenti segni, che vanno sui re del mondo intero per radunare loro per la guerra del giorno quello grande del Dio onnipotente.
15Ecco, vengo come ladro. Beato colui che veglia e conserva le vesti di sé, affinché non nudo cammini e guardino la vergogna di lui.
16E radunò loro nel luogo quello chiamato in ebraico Armaghedòn.
17E il settimo versò la coppa di lui sull’aria, e uscì voce grande dal tempio dal trono, dicente: «È fatto!».
18E ci furono lampi e voci e tuoni e terremoto avvenne grande, quale non avvenne da quando uomo avvenne sulla terra, tanto forte terremoto così grande. 19E avvenne la città quella grande in tre parti e le città delle genti caddero. E Babilonia la grande fu ricordata davanti a Dio, per dare ad essa la coppa del vino del furore dell’ira di lui. 20E ogni isola fuggì e monti non furono ritrovati. 21E grandine grossa come talento scende dal cielo sugli uomini, e bestemmiarono gli uomini Dio per il flagello della grandine, poiché grande è la piaga di quella oltre misura.

Introduzione
Giovanni, prendendo spunto dallo Jom kippur, la festa giudaica dell’espiazione, espone il settenario delle coppe, evidenziando che il vero sangue che espia il peccato del mondo, non è quello di animali, ma di Cristo, vero Agnello immolato. Con questo sangue, Dio Padre risponde al male presente nel mondo e lo vince. Infatti versare le coppe è segno di salvezza, non di condanna.
Le prime quattro coppe vengono versate sulla terra, sul mare, sui fiumi e sul sole, manifestando il giudizio su quanti hanno adorato la bestia, rinnegando Dio stesso.
La quinta viene versata sul trono della bestia, evocando il giusto giudizio di Dio direttamente sul male, oscurandone la potenza.
Quindi si procede al versamento delle ultime due coppe.

Meditazione
12E il sesto versò la coppa di lui sopra il fiume quello grande l’Eufràte e si seccò l’acqua di esso perché fosse preparata la strada dei re quelli dal sorgere del sole. Contrariamente agli altri settenari, in cui il sesto segno è il più esteso, la sesta coppa non ha uno sviluppo ampio. Questa viene gettata sul fiume Eufrate, che nel passato è stato il punto di concentramento degli eserciti nemici di Israele.
Anche la sesta tromba aveva scatenato la cavalleria infernale che voleva devastare l’umanità (cfr 9,14). Il versamento di questa coppa provoca il prosciugamento del fiume, rendendo possibile il passaggio dei re dell’Oriente, cioè dei potenti della terra. Tutti questi sono chiamati alla battaglia conclusiva, nel giorno che dovrà decidere la vittoria di Dio. Quindi Dio permette che il fiume si prosciughi per facilitare l’invasione dei re dell’Oriente, per un motivo ben preciso.
13E vidi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta spiriti tre impuri come rane: 14sono infatti spiriti di demòni facenti segni, che vanno sui re del mondo intero per radunare loro per la guerra del giorno quello grande del Dio onnipotente. Per la prima e unica volta si trovano insieme drago, bestia e falso profeta, formando la trinità satanica, in antitesi alla SS. Trinità; satana sempre scimmiotta Dio. Dalla bocca di questa triade diabolica escono delle rane, chiaro riferimento alla seconda piaga d’Egitto (cfr Es 8,1-4). Questi spiriti impuri hanno un compito simile a quello della bestia che era salita dalla terra (cfr cap 13): devono deformare la mentalità dei potenti della terra, devono corromperli, sedurli e spingerli a scontrarsi contro Dio. Ciò che qui viene annunciata è la guerra per eccellenza, la guerra del giudizio infernale.
Questo richiamo ai re della terra è un particolare importante.
In At 4,26-28 leggiamo: «Si sollevarono i re della terra e i principi si radunarono insieme, contro il Signore e contro il suo Cristo; davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse». Questo testo si riferisce ad un episodio specifico della Chiesa primitiva. Pietro e Giovanni vengono incarcerati, perché avevano annunciato il Vangelo di Cristo. Quando vengono liberati, la comunità li accoglie e si rimette in preghiera per lodare Dio. Pregando riprende le parole del Salmo 2 (vv 1-3), che parla della persecuzione del Consacrato del Signore e ne annuncia il dominio. Ma gli At riprendono il salmo in chiave cristologica, infatti cita tra i potenti Erode e Pilato che si sono alleati contro Gesù, il Cristo del Signore. Nel Vangelo di Luca si sottolinea che Erode e Pilato, in occasione del processo di Gesù, diventarono amici; prima, infatti, c’era stata inimicizia tra loro (cfr 23,12). Il demonio allea nemici per distruggere il Messia. Questi versetti degli At affermano che i re della terra, rappresentati da Erode e Pilato, si sono lasciati sedurre dal diavolo, per congiurare contro Gesù, che è il Messia. Ma tutto questo si ritorce verso i potenti, perché Cristo è il vero vincitore di questa guerra. Quindi la sesta coppa si riversa contro i potenti, che vogliono fare guerra contro Gesù, che combattono il suo Vangelo.
Ma prima che divampi la battaglia, echeggia il grido di Dio.
15Ecco, vengo come ladro. Beato colui che veglia e conserva le vesti di sé, affinché non nudo cammini e guardino la vergogna di lui. Alcuni esegeti affermano che questo versetto crea una frattura, sarebbe una intrusione in quanto non si legherebbe con il discorso fin qui fatto. Mentre si collega molto bene il v. 16, che ne continua la logica. Altri invece fanno notare che come fra il sesto e il settimo sigillo (i 144mila) e la sesta e la settima tromba (i due testimoni) c’è una parentesi, così avviene anche qui. Questa è la terza beatitudine delle sette che si trova nel libro. La prima (1,3) è rivolta a coloro che avrebbero ascoltato le parole di questa profezia, traendone conseguenze pratiche; la seconda a coloro che muoiono nel Signore (14,13); questa terza a coloro che nonostante avvenimenti che possono sorprendere e disorientare, rimangono vigilanti e fedeli, non svendendo la propria dignità di credenti. L’essere pronti per la venuta del Signore è condizione necessaria per il giudizio definitivo; chi non ha rivestito Cristo, chi, cioè, non porta la veste della grazia, si troverà in disonore dinanzi agli occhi di Dio e degli uomini.
Le parole di questa beatitudine riprendono quello che Cristo aveva detto alla Chiesa di Sardi: «Se non sarai vigilante verrò come un ladro» (3,3) e alla Chiesa di Laodicea, esortandola ad acquistare da lui «vesti bianche» per rivestirsene, in modo che non si manifesti la «vergogna della sua nudità» (cfr 3,18). L’autore dell’Apocalisse inserisce queste parole di Cristo, il quale, come nel Vangelo (cfr Mt 24,43-44), si paragona al ladro che arriva di notte, per sottolineare la sua venuta improvvisa, escatologica. E ci invita ad accoglierlo con la veste nuziale (Mt 22,1-14), che è il segno della propria dignità di credenti, dei sentimenti di Cristo, della sua stessa vita, del suo modo di essere: misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine e pazienza (cfr Rm 13,14; Col 3,12).
16E radunò loro nel luogo quello chiamato in ebraico Armaghedòn. Quindi Dio prosciuga il fiume, per permettere il passaggio dei potenti, e i tre spiriti impuri li radunano nel posto chiamato Armaghedon, luogo dello scontro finale.
Armaghedon corrisponde al monte o la città di Meghiddo.
In questo luogo i re Cananei furono sconfitti miracolosamente da Barac e Deborah (cfr Gdc 5,19-21) e fu ucciso il re Acaz (cfr 2Re 9, 27). Ma è soprattutto il luogo dove, nell’anno 609 a.C., morì in battaglia il re d’Israele Giosia, il re giusto, pio e santo per antonomasia (cfr 2Re 23,29-30; 2Cr 35,20-27). Questi guidò l’ultimo risveglio spirituale di Giuda, periodo in cui molti cuori furono toccati.
Tentando di fermare l’esercito del faraone Necao, il quale stava andando in aiuto del re di Assiria, sul fiume Eufrate, Giosia venne ucciso in battaglia a Meghiddo. I suoi ufficiali lo conducono a Gerusalemme e lo seppellirono nel suo sepolcro, facendogli un funerale solenne. La morte di questo re, molto amato ed apprezzato, aveva colpito profondamente il popolo d’Israele, tanto che in 2Cr 35,25, leggiamo che il lamento per la sua morte era diventato tradizionale per il popolo. Anche le generazioni successive andavo a piangere sulla tomba del re Giosia.
Geremia, profeta che esercito il ministero durante il suo regno, compose una lamentazione sul re, oggi perduta, ma probabilmente riecheggiata nei versetti 39-46 del salmo 89.
Quindi il luogo di Meghiddo nel suo ricordo storico dà l’idea di una sconfitta completa e definitiva. Pertanto quando Giovanni afferma che i re e i potenti della terra si radunano a Meghiddo, fa subito scattare la memoria e riporta a Giosia, dove fu ucciso un innocente, per salvare il suo popolo. A Meghiddo sembra che il male abbia vinto sul bene. Ecco perché la rivincita e il definitivo trionfo delle forze del Bene su quelle del male non può non avere altro luogo che nei pressi della collina di Meghiddo.
In più qualche secolo dopo, il profeta Zaccaria, in un oracolo sulla liberazione di Gerusalemme (cfr 12,10-11), afferma che ci sarà un trafitto a cui tutti volgeranno lo sguardo e lo piangeranno come fu pianto Giosia a Meghiddo. Lo stesso Giovanni, nel suo Vangelo, riporta proprio questo brano: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (cfr 19,39).
Il richiamo alla morte del re Giosia e il riferimento all’oracolo di Zaccaria ci aiutano a comprendere che è Cristo, il vero re di Giosia, ucciso nella battaglia per la salvezza del suo popolo. È Cristo il trafitto a cui tutti volgeranno lo sguardo per essere salvati.
Il monte di Meghiddo, quindi, richiama il monte Calvario, dove Gesù Cristo subisce in apparenza la stessa sorte toccata a Giosia: viene sconfitto e ucciso. Ma egli tramuta questa apparente sconfitta in vittoria, perché alla morte segue la risurrezione. Cristo sconfigge il male grazie alla sua Pasqua, morte e risurrezione.
Da qui possiamo concludere che l’Autore dell’Apocalisse sta affermando che Dio, prosciugando l’Eufrate, permette l’arrivo dei re nemici, per radunarli insieme e procedere alla loro disfatta. Lo scontro finale tra le forze diaboliche e i re della terra da un lato e Dio dall’altro sarà sul calvario; lì avviene la lotta definitiva escatologica tra Cristo e le potenze del male. Cristo grazie alla croce ho sconfitto il maligno.
17E il settimo versò la coppa di lui sull’aria, e uscì voce grande dal tempio dal trono, dicente: «È fatto!». Questa coppa la si può considerare come la vera conclusione dell’intera Apocalisse. L’opera raggiunge la fase finale; il tempo muore e si entra nell’eternità.
La coppa viene versata sull’aria, perché si espanda su tutto il cosmo, alludendo alla dimensione universale operata da Cristo; con il suo sangue Cristo ha salvato tutto il mondo.
Subito si ode una voce potente, con una semplice espressione: «È fatto» (ghégonen), che ricorda il grido di Cristo sulla croce: «È compiuto» (tetelestai) (Gv 19,30).
Questa espressione rafforza l’interpretazione che il vero Meghiddo è il Calvario. Ciò che «è fatto» è al tempo stesso la morte di Cristo e il giudizio di Dio sul mondo. Il progetto si è compiuto, la salvezza si è adempiuta. Al grido avviene un lungo elenco di fenomeni catastrofi.
18E ci furono lampi e voci e tuoni e terremoto avvenne grande, quale non avvenne da quando uomo avvenne sulla terra, tanto forte terremoto così grande. 19E avvenne la città quella grande in tre parti e le città delle genti caddero. E Babilonia la grande fu ricordata davanti a Dio, per dare ad essa la coppa del vino del furore dell’ira di lui. 20E ogni isola fuggì e monti non furono ritrovati. 21E grandine grossa come talento scende dal cielo sugli uomini, e bestemmiarono gli uomini Dio per il flagello della grandine, poiché grande è la piaga di quella oltre misura. Tutto questo lungo elenco di fenomeni catastrofici, lo stesso con cui si chiudeva la settima tromba, è l’indice dell’intervento definitivo di Dio, che capovolge completamente la storia. Sono messi in grande evidenza il terremoto, chiaro riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, e la grandine, che rievoca la settima piaga d’Egitto (cfr Es 9,18) ed è il segno della condanna del giudizio divino.
Il particolare della divisione della città in tre parti, probabilmente fa riferimento al gesto simbolico di Ezechiele, che si taglia barba e capelli e li divide in tre parti, che brucia, tagliuzza e disperde nel vento a significare la sorte che attende Gerusalemme (cfr Ez 5)
Tutto precipita e crolla. Ormai è troppo tardi. Tutto questo unisce a sé la salvezza ed il giudizio; la salvezza per quanti hanno creduto in Cristo, il giudizio per quanti persistono nell’indurimento del cuore e non si vogliono convertire, anzi bestemmiano.
Il mistero della iniquità è richiamato anche all’accenno della caduta di Babilonia, la Grande, che sarà definita nel capitolo successivo, la grande prostituita, simbolo di tutto il male che c’è nel mondo.
Qualcuno scorge qui la disfatta dell’Impero Romano, ma altri vi vedono la distruzione di Gerusalemme, per il riferimento al peso dei chicchi di grandine. Lo storico Giuseppe Flavio scrisse che il peso delle pietre lanciate contro le mura di Gerusalemme dalle più forti catapulte, durante la sua invasione e la distruzione del Tempio da parte dell’Imperatore Tito, nel 70 d.C., avevano 40 chilogrammi. Qui oltrepassa quel che hanno registrato le cronache, infatti il talento corrisponde a circa 49 chilogrammi. Ora che viene versata la settima coppa, si compie la minaccia della settima tromba: vengono distrutti i potenti della terra, e si instaura il Regno di Dio (cfr 11,15-18). Ed il settimo sigillo mostra il suo contenuto (cfr 8,1-5): i santi chiedono un intervento divino, perché giudichi. In un primo tempo Dio dice di pazientare, adesso arriva il tempo della risposta; il tempo del giudizio.
Nel capitolo 17 si vedrà il giudizio di Dio in atto.

Conclusione
Satana opera nella storia, spingendo l’uomo al male. Davanti alla corruzione, alla ribellione, Dio risponde versando il sangue prezioso del suo Figlio Gesù Cristo, che sul monte Calvario ha distrutto definitivamente il maligno. Dio così dà a tutti la possibilità di convertirsi. Purtroppo alcuni non hanno accolto questa opportunità. La misericordia di Dio è grande, è illimitata, ma non si impone, è rispettosa della libertà di ciascuno ed infatti ci sono alcuni che non la accettano e si chiudono a questa grande grazia. Ognuno è responsabile della propria salvezza o della propria dannazione.
Il Signore ci vuole tutti salvi ecco perché ci esorta ad avare la saggezza e la prudenza di aspettarlo con la pazienza e la vigilanza, conservando le vesti battesimali e non svendendo la propria dignità di credenti, anzi vivendo la santità personale, che si manifesta con la coerenza della fede, la forza della speranza e la testimonianza della carità

Approfondiamo la Parola

  1. «Ecco, vengo come ladro. Beato colui che veglia e conserva le vesti di sé, affinché non nudo cammini e guardino la vergogna di lui» (16,15). Questa terza beatitudine è rivolta a coloro che, nonostante avvenimenti che possono sorprendere e disorientare, rimangono vigilanti e fedeli. I fatti negativi di cui sei testimoni e, a volte anche vittima, scuotono la tua fede? Gli sconvolgimenti umani fanno barcollare la tua fede?
  2. «E il settimo versò la coppa di lui sull’aria, e uscì voce grande dal tempio dal trono, dicente: “È fatto!”». (16,17). Cristo sul Calvario, grazie alla sua Croce, ha sconfitto definitivamente il male. Il progetto si è compiuto, la salvezza si è adempiuta. Hai questa ferma certezza, oppure, davanti alla persistenza del male, dubiti?

Medita alla luce della Parola di Dio
2Cr 35,20-27; Zc 12,10-11; Gv 19,39; At 4,26-28; Sal 2; Mt 24,43-44; Rm 13,14; Col 3,12.

Preghiera

Dio Eterno e Misericordioso,
tu hai in mano la storia dell’umanità.
Con la Croce del tuo Figlio,
Tu hai sconfitto definitivamente il maligno.
Sul Calvario si è consumata la lotta decisiva
tra Te e le potenze infernali;
il progetto si è compiuto, la salvezza si è adempiuta.
Aiutaci a credere alla vittoria del Bene,
nonostante siamo testimoni e a volte anche vittime del male.
Donaci la grazia della perseveranza,
conservando la veste bianca della nostra dignità di figli.
Mantienici vigilanti e fedeli nell’attesa del giudizio definitivo.
A te, Padre, che grazie alla Croce del Tuo Figlio ci hai salvato
e con l’effusione del tuo Spirito ci hai rinnovati e redenti,
lode perenne nei secoli dei secoli.
Amen.


È possibile scaricare il documento PDF della Lectio Biblica.