Lectio Biblica [La parabola della vedova e del giudice (Lc 18, 1-8)]

La Parabola della Vedova insistente
e del giudice iniquo

(Lc 18, 1-8)

Testo
1 Diceva poi parabola a loro sull’essere necessario sempre pregare loro e non abbandonare le armi.
2 dicendo: «Giudice un tale era in una certa città, Dio non temente e uomo non avente rispetto
3 Vedova ora era nella città e andava in continuazione da lui dicente: “Fai giustizia a me dall’avversario di me”
4 E non voleva per molto tempo. Dopo poi queste cose disse in se stesso: “Se anche Dio non temo né uomo rispetto.
5 Per il dare a me molestia la vedova questa farò giustizia a lei, affinché non fino alla fine venendo mi colpisca sotto gli occhi”»
6 Disse allora il Signore: «Ascoltate cosa il giudice d’ingiustizia dice.
7 Ora Dio non affatto farà giustizia degli eletti di lui quelli gridanti a lui giorno e notte e ha pazienza con loro?
8 Dico a voi che farà la giustizia di loro prontamente. Ma il figlio dell’uomo venendo ancora troverà la fede sulla terra?».

Premessa
La parabola della vedova insistente e del giudice iniquo, è propria dall’evangelista Luca; è parallela a quella dell’amico importuno (11,5-8), considerata ad essa gemella. Originariamente veniva usata per inculcare la necessità di pregare in modo costante e fiducioso; come fa la vedova, che non si scoraggia per i rifiuti ricevuti e alla fine, con la sua insistenza, ottiene ciò che le sta a cuore.
In realtà la parabola punta ad inculcare la fiducia in Dio, che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli, che gridano a lui.
Questo è un problema tipico della comunità di Luca e della Chiesa primitiva. L’evangelista ha davanti agli occhi delle comunità cristiane stanche di pregare, perché sembra che la preghiera non venga esaudita da Dio. A che serve pregare se Dio non ascolta e non agisce?
Richiamando il comportamento del giudice iniquo che, nonostante il lungo ritardo, interviene a favore della vedova insistente, Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire; tutto ha una sua ragione di essere. Se il Signore ritarda, ciò è segno non di indifferenza, ma di misericordia, perché Dio vuole dare a tutti una possibilità di convertirsi.

Contesto
La parabola si trova nella sezione in cui Luca narra il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9, 51-19,27), e più specificamente nella sua seconda parte (13, 22-18,30).
Ancora più in dettaglio, si colloca all’interno di una raccolta di detti (17, 11-18,14) a carattere escatologico, questa sezione inizia con la pericope dei dieci lebbrosi (17,11-19) e prosegue con un brano chiamato piccola apocalisse, che riguarda l’avvento finale del Regno (17,20-37); parte marcata dalle due domande sul quando (17,20) e sul dove (17,37) della venuta di questo Regno, domande a cui Gesù non aveva risposto direttamente, ma lo fa attraverso le due parabole, questa e quella del fariseo e del pubblicano (18,9-14); ambedue sottolineano l’importanza della preghiera perseverante e umile come condizione per accogliere il Regno.

Meditazione
1 «Diceva poi parabola a loro sull’essere necessario». Gesù parla della necessità (dein) della preghiera. Il verbo “deomai” (essere necessario) ritorna nelle grandi scadenze della vita di Gesù e indica qualcosa che deve accadere, di cui non si può fare a meno. Quindi pregare non è facoltativo, non è un elemento marginale della vita cristiana, ma è essenziale, obbligatorio, appunto necessario.
«Pregare». Il verbo (proseuchomai) evidenza un atteggiamento da mendicante. La preghiera è propria dell’uomo che sa di dipendere da Dio; prega chi riconosce che da solo non può farcela, che ha bisogno dell’Altro. Ecco perché la crisi della fede è crisi di preghiera.
«Sempre». L’avverbio (pàntote) indica una insistenza teologica, più che cronologica (cfr Rm 12,12; 2Ts 1,11; Col 1,3). La preghiera può essere fatta sempre, perché più che un’insieme di formule da recitare è un atteggiamento di vita da assumere. Di Francesco d’Assisi si diceva che più che pregare, era diventato un uomo fatto preghiera.
«non abbandonare le armi». Enkakeo è un verbo raro nel NT; ci fa capire che la preghiera è una lotta, è un combattimento; ecco perché mai bisogna deporre le armi e arrendersi, mai stancarsi, mai annoiarsi, anche se i risultati si fanno attendere.
È questo il segreto: la perseveranza.
2 «dicendo: “Giudice un tale era in una certa città, Dio non temente e uomo non avente rispetto». La parabola ritrae un episodio di abituale cronaca giudiziaria. I protagonisti sono due esponenti tipici della società del tempo: il giudice segno del potere e della forza, la vedova, prototipo della categoria più indifesa.
Il giudice è descritto, in modo breve e incisivo. Ai giudici è prescritto di fare giustizia, di prendere in considerazione e dirimere le cause di tutti: ricchi e poveri, persone altolocate e gente insignificante (cfr Es 23,6-8; Dt 25,1; Is 1,17; 5,23; Ez 44,24). Qui invece è descritto come la figura tipica dell’empio, dell’uomo disonesto. Si potrebbe tradurre anche “senza fede né legge”, in quanto egli è legge a sé stesso, unità di misura di tutto. Questi non teme Dio e non si cura del suo prossimo, ostenta spavaldamente indifferenza verso il Signore e verso gli uomini, tanto più verso l’umile persona che ha di fronte.
3 «Vedova». Anche la vedova viene descritta in modo conciso, in netta antitesi rispetto a quella del giudice. Le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria misera, indifesa, debole, esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cfr Es 22,21-23; Is 9,16; Ger 7,6; 22,3; Gc 1,27).
Luca vuol far capire al lettore che la partita è già vinta a tavolino, nel senso che la vedova ha perso in partenza. Essa ha tutti contro: il giudice, l’avversario (terzo personaggio della parabola) e l’ambiente sociale. Ma questa vedova non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia.
3 «andava in continuazione da lui dicente». Non si tratta di una richiesta formale avanzata una tantum, bensì di una domanda insistente che scoccia, stressa, logora. Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante, e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza, la sua ostinazione.
«Fai giustizia a me dall’avversario di me». Fare giustizia (ekdikêsin) usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta.
Nell’AT, Dio è presentato come un giudice che non fa preferenza di persone e che fa sua la causa della vedova (Sir 35,14-19). Fare giustizia, per gli eletti significa proclamare pubblicamente, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio.
La richiesta della vedova non è, come qualcuno pensa, vendicami del mio nemico, o fai morire chi mi fa del male, ma «fammi giustizia», cioè fai quello che è giusto. Questo è importantissimo. La vedova si appella alla giustizia non alla vendetta.
Ma nasce una domanda: «Che cos’è la giustizia per Dio?»
Spesso si mettono in antitesi giustizia e misericordia.
La sua giustizia è diversa dalla sua misericordia?
La misericordia non è contraria alla giustizia, ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore. La punizione per la colpa (giustizia) si trasforma in misericordia, perché la pena non è il fine, ma l’inizio della conversione. La giustizia diventa misericordia quando l’obiettivo della pena è salvare, non punire. La giustizia di Dio non è punitiva, ma redentiva; «non è una giustizia delle cose, ma una giustizia delle persone» (W. Kasper, Misericordia… 264), cioè, quando Dio fa giustizia cerca il bene e il giusto delle persone. E cosa sono il bene e il giusto? La salvezza. Ecco perché Dio fa giustizia usando misericordia, perché la misericordia salva l’uomo che ha sbagliato. «Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia» (MV 21). Ecco perché la «giustizia di Dio è il suo perdono» (cfr Sal 51,11-16) (MV 20).
Quindi quando la vedova chiede di fare giustizia si potrebbe tradurre anche come usami misericordia ed usa misericordia.
4 «E non voleva per un molto tempo». Questo ritardo indica l’attesa del credente all’intervento di Dio, prima di essere esaudito.
5 «Farò giustizia a lei». Alla fine il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere; è chiarissimo che decide di esaudire la richiesta della vedova unicamente per non essere più scocciato, stufo marcio com’è della sua petulanza maleducata che, francamente, gli “dà sui nervi”.
5 «affinché non fino alla fine venendo mi colpisca sotto gli occhi». Il verbo greco (ypopiàzo) è veramente interessante; potremo anche renderlo con “fare l’occhio nero” come nel pugilato. L’insistenza della vedova colpisce il bersaglio, il volto del giudice. In tal modo la vedova inerme diventa l’aggressore che ha la meglio. L’onnidebolezza stravince l’onnipotenza. Il più debole, perché e purché caparbiamente ostinato, diviene il più forte. E la resa del giudice risulta assolutamente senza condizioni.
Qui siamo di fronte al tema biblico ricorrente della lotta dell’uomo con Dio; un uomo che il più delle volte vince su Dio, grazie alla sua preghiera. Viene in mente Abramo (Gen 18,22-32); Mosè (Es 32,9-14,31-32). Viene in mente Gesù Cristo, che nel Getsemani lotta pregando (Lc 22, 39-46; Mc 14, 32-42).
6 «Disse allora il Signore». Qui abbiamo il termine Kyrios, il nome divino. Luca vuole mostrare un insegnamento divino che va al di là della situazione contingente dell’episodio. Gesù racconta la parabola, ma il Signore la spiega”.
«Ascoltate cosa il giudice d’ingiustizia dice». Gesù invita a porre l’attenzione dei discepoli sulla decisione del giudice, infatti l’obiettivo principale è il suo comportamento, non tanto l’insistenza della donna. Si dice che è giudice d’ingiustizia, perché non fa il suo dovere; non solo non giudica secondo giustizia, ma non giudica proprio; si sottrae al preciso dovere che lo definisce. Ciò è ancora peggio. Gesù è come se dicesse: “Ve lo sareste mai aspettato che quell’uomo senza coscienza e senza cuore avesse finito per ascoltare le suppliche di una povera vedova impotente?” Da qui parte per concludere e dire il mero motivo per cui racconta la parabola.
7 «Ora Dio non affatto farà giustizia degli eletti di lui quelli gridanti a lui giorno e notte?» La domanda è posta in maniera tale che suscita nel lettore una risposta ovvia: “Certamente sì”. Gesù sta usando il metodo rabbinico chiamato qal wahômer, (ragionamento) “a fortiori”, per affermare che, se un uomo empio si decide a fare giustizia alla vedova, a maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
«e ha pazienza con loro?». Qui torna un appellativo divino importante: la sua pazienza (makrothymei), la sopportazione, la tolleranza. Egli prende tempo, ma al momento opportuno interverrà. Solo Dio è capace di sopportare il male con pazienza, perché è convinto che alla fine riuscirà a far trionfare il bene.
Secondo un tema diffuso nel giudaismo e negli scritti del NT Dio ritarda il suo giudizio, perché vuole dare a tutti la possibilità di convertirsi (cfr Sap 12,9-10; 15,1; Rm 2,4; 2Pt 3,9). Egli è colui che coltiva il fico con pazienza e cura quotidiana, perché porti il frutto che desidera (Lc 13,6-9).
8 «Dico a voi che farà la giustizia di loro prontamente». Gesù conclude, rassicurando i suoi discepoli sul fatto che Dio certamente farà giustizia. Qui Gesù riafferma non tanto l’imminenza, quanto piuttosto la certezza dell’intervento divino in favore dei giusti. Ecco perché l’espressione greca “en tachei” non ha tanto il significato di immediatamente, con celerità, ma certamente. In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti. Quindi Dio prima o poi farà giustizia, quando non si sa, ma ciò avverrà senza dubbio. La certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
Nel tempo dell’attesa gli eletti devono invece continuare a gridare giorno e notte per ottenere che Dio faccia loro giustizia, anche se ciò avverrà solo quando Dio lo crederà opportuno. Egli ha i suoi tempi. Certo vorremo che Dio ci ascoltasse subito; ma non sempre è così. Spesse volte pensiamo che Lui si sia dimenticato di noi; ma se ci fa aspettare è solo perché vuole rafforzare la nostra fede. La fede è paziente, perché attende i tempi giusti, quindi la preghiera che manifesta la nostra fede deve essere paziente.
«Ma il figlio dell’uomo venendo ancora troverà la fede sulla terra?». Questa domanda sembra misteriosa: sembra un’aggiunta redazionale, che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Ma non è così. Se va a mancare la preghiera costante, combattente, insistente, fiduciosa, anche la fede si affievolisce. Ecco perché Gesù ha iniziato nel dire che è necessario pregare.
Ma se la preghiera mantiene viva e operante la fede fino alla parusìa, vale anche il contrario, nel senso che la preghiera presuppone la fede. Chi ha fede prega, ma prega chi vuole alimentare la fede. Insomma, esiste un evidente circolo virtuoso tra la fede e la preghiera, in quanto entrambe puntano direttamente e disinteressatamente al rapporto personale con Gesù. ecco perché possiamo benissimo affermare: Dimmi se preghi, ti dirò se credi.

Conclusione
Due, e chiaramente delineati, sono gli insegnamenti della parabola: è necessario pregare e credere, precisamente bisogna continuare a pregare per continuare a credere. In rilievo non è dunque la preghiera, ma la preghiera continua, insistente, combattiva, fiduciosa; e non la fede, bensì la fede che persevera, che tiene duro sino alla fine, cioè fino alla venuta di Cristo al termine della storia, allorché farà giustizia a quelli che ora lo invocano gridando.
La parabola ci invita a non perdere la fede nonostante il ritardo di Dio. Se la fede non viene meno, nonostante tutto, nonostante l’attesa, abbiamo il vero miracolo della fede.

Approfondiamo la Parola di Dio

  1. Credi per certissimo che Dio è presente, anche quando sembra assente? È giusto, benevolo, tenero, appassionato, intimamente coinvolto e partecipe delle tue vicende, anche se tutto questo non lo vedi? È pronto, perché interviene al momento giusto, che però soltanto lui conosce? Stravede per te, perché tu sei uno dei suoi eletti, e lui è il Dio affidabile?
  2. Puoi dire che la tua preghiera è combattiva, pazienza e fiduciosa?

Rifletti alla luce della Parola di Dio
Lc 11,5-8; Mc 14, 32-42; Gen 18,22-32; Es 32, 9-14; Col 4,12; 2Cor 12,7-10; Ap 6,9-11.

Preghiera

Signore Gesù,
aiutami a pregare sempre, senza stufarmi.
Dammi la forza di non abbandonare mai l’arma della preghiera,
perché solo la preghiera alimenta la mia fede.
Aiutami ad accogliere come dono e ricompensa
il fatto stesso di pregare.
Dammi la pazienza di chi sa aspettare i tuoi tempi.
Fammi capire che tu non esaudisci tutti i miei desideri,
ma certamente realizzi tutte le tue promesse,
e che questo è per me il meglio in assoluto.
Fa’ soprattutto che non venga mai meno la mia fede in te,
che, anche se fai attendere, sei e resti sempre il Dio affidabile.
Amen.


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