Omelia della veglia di Pentecoste 2020

Omelia Pentecoste Anno 2020

«È questo il giubileo dell’anno cinquantesimo che riscatta gli schiavi e proclama il perdono».
Così un antico inno, usato ancora oggi nella liturgia della Chiesa, definisce la Pentecoste. Dire che essa è il Giubileo dell’anno cinquantesimo vuol dire che questa solennità è pienezza e completezza. Di che cosa?
La solennità di Pentecoste è conosciuta nell’Antico Testamento come “Festa delle Settimane”, cioè delle sette settimane compiute dopo Pasqua, o anche delle primizie. A Pasqua si seminava e cinquanta giorni dopo, a Pentecoste appunto si raccoglieva. La Pentecoste diventa così il giubileo della Pasqua, perché la porta a maturazione. Senza la Pentecoste la Pasqua sarebbe rimasta incompleta, come la semina senza la mietitura. Motivo per cui S. Giovanni Crisostomo chiamava questa grande solennità «metropolis ton eorton» (metropoli delle feste). Da essa derivano tutti i beni che Cristo ci ha promessi.
In quest’anno giubilare, che stiamo vivendo, desidero porre attenzione su questa definizione: la Pentecoste giubileo della Pasqua.
Per comprendere meglio questo legame bisogna leggerla in tre prospettive complementari: giubileo come nuova esperienza di Dio; giubileo come tempo di grazia, giubileo come riscatto totale. Tre parole: esperienza, grazia, riscatto, resi possibili mediante lo Spirito Santo.
Il Giubileo è un tempo in cui si fa esperienza di Dio. Ma è solo grazie allo Spirito che possiamo fare esperienza di Dio. Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, e Cristo rimane nel passato, afferma nella sua famosa preghiera il Patriarca Atenagora. L’amore del Padre, che Cristo ci ha manifestato, morendo in croce, non potevamo mai e poi mai sperimentarlo senza lo Spirito Santo; è lui l’amore che unisce Padre e Figlio e che viene in noi e ci riempie totalmente. Lo Spirito è Giubileo divino perché porta a compimento la comunione di vita con il Padre, inaugurata con la Pasqua di Cristo; senza lo Spirito Santo quello che rimane di Dio è il suo cadavere, diceva S. Gregorio Nisseno, e con un cadavere non si entra in relazione. Spesso noi cristiani invece di adorare un Dio vivo, piangiamo un Dio morto. Chi non incontra lo Spirito non incontra Dio, non fa esperienza del suo amore, gli manca la luce per conoscerlo, direbbe S. Ilario; è lo Spirito Santo che ci conduce ad una «conoscenza saporosa» di Dio, afferma S. Agostino. È nello Spirito che noi incontriamo il Dio vivo, che non ci lascia in pace, ma che ci sconvolge, come il vento gagliardo di quel giorno. Gli apostoli erano nel cenacolo a leccarsi le ferite, a piangersi addosso, ma lo Spirito li scuote, li sveglia. Chi fa esperienza di Dio non dorme, non si piange addosso.
Il Giubileo è un tempo di grazia; per grazia si intendono tutti i doni che Cristo ci ha portato: la benedizione, la pace, la gioia. Tutta la grazia riversata da Cristo nella sua morte e risurrezione non sarebbe giunta a noi senza lo Spirito Santo. La grazia più grande è il riscatto della nostra natura di schiavi, la nostra definitiva adozione a figli. È il principio della cristificazione di ciascuno di noi, siamo un popolo crismato. Una volta unti con il Sacro Crisma, non siamo più creature decrepiti, ma figli rivestiti di eternità. S. Basilio Magno, elencando le operazioni dello Spirito Santo, afferma in maniera meravigliosa: «Cosa più sublime d’ogni alta, da Lui la possibilità di divenire Dio». Questa è la grazia più grande: la nostra divinizzazione, non siamo più schiavi, ma siamo riscattati, diventiamo figli. Questo è il giubileo della Pasqua: a Pentecoste quello che è di Cristo comincia a essere per tutti.
Il Giubileo è il tempo del perdono totale. Grazie alla morte in croce di Cristo noi siamo stati salvati e perdonati; il sangue di Cristo ci purifica da ogni peccato. Ma senza lo Spirito Santo, il sangue, che Cristo ha versato sulla croce per il nostro riscatto, non ci avrebbe raggiunto. Il Signore ha effuso lo Spirito Santo per il perdono dei peccati, recita la preghiera di assoluzione nella Confessione. È nello Spirito che siamo riconciliati, perdonati, rinnovati, ricreati.
Stiamo vivendo l’anno giubilare, e in questo Giubileo della Pasqua, che è la Pentecoste, invochiamo per tutti una effusione di Spirito Santo, perché possiamo celebrare degnamente il Giubileo. Un Giubileo segnato da una pandemia, un virus letale, che, però, non deve bloccarci. Oggi vogliamo chiedere al Padre, mediante Cristo, di contagiarci di Spirito Santo. Sempre S. Giovanni Crisostomo parlava di “epidemia dello Spirito Santo”. Vogliamo farci contagiare non dal Covid19, ma da questa epidemia santa, da una pandemia salutare. Tutti contagiati di Spirito Santo: un vento nuovo e gagliardo deve soffiare nella nostra comunità. Il vento pentecostale deve spazzare via le paure per questa pandemia, perché possiamo riprendere il nostro cammino giubilare. Come gli Apostoli contagiati, contagiamo. Tutti “portatori dello Spirito” perché tanti attraverso di noi, possono fare esperienza di Dio, possono accogliere la grazia del Signore Gesù e possono essere perdonati da ogni colpa, per vivere il Giubileo di grazia dello Spirito Santo. Amen. Alleluja.

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