Omelia XX anniversario di Sacra Ordinazione

Omelia XX di Sacra Ordinazione
(Mercoledì XII sett. anno dispari- 26.06.2019)

«Rendete grazie al Signore… proclamate… le sue opere. A lui cantate, a lui inneggiate… Gloriatevi del suo santo nome». In questa solenne Eucarestia, in cui ricordo il XX anniversario della mia Sacra Ordinazione presbiterale, faccio mio il salmo 104 ed inneggio al Signore, meditando tutte le sue meraviglie.
In questi 20 anni ho fatto veramente l’esperienza delle meraviglie di Dio. Egli mi ha dato più di ogni mio merito. La sua bontà e la sua tenerezza non sono mancate, nonostante la mia miseria e debolezza.
La prima lettura ci ha presentato la seconda vocazione di Abramo. A lui, nostro Padre della fede, il Signore dice di non temere, perché lui sarà sempre il suo scudo. Sì, in questi anni scudo per me è stato il Signore, perché nonostante tanti dardi infuocati giuntimi, a causa delle mie molteplici debolezze, innumerevoli peccati ed infiniti errori commessi, il Signore mi ha custodito.
Oggi voglio dire grazie a Gesù per aver custodito Lui il mio sacerdozio.
È interessante notare come mentre Dio sancisce l’alleanza con Abramo, questi si addormenta; un torpore cade su di lui. Questa è una stranezza, perché il rito del patto prevedeva il passaggio e perciò l’assunzione di tutti e due i contraenti. Qui invece è solo Dio che passa. Questo, ci dicono gli esegeti, è un modo per sottolineare che la sua alleanza è un patto unilaterale, che tutta la storia dipende da Dio e non da noi, che solo il Signore è l’unico che rimane fedele, è lui che si ricorda sempre della sua alleanza, come il salmo più volte abbiamo cantato. Dio solo si compromette e realizza la sua parola.
A 20 anni di distanza veramente posso affermare che Gesù Cristo, il mio Signore, ha mantenuto la sua alleanza, perché è stato lui che mi ha custodito, non io ho custodito il mio sacerdozio. È stato lui a non permettere che gli errori, le cadute, i peccati, le infedeltà, fossero causa di smarrimento, di fallimento e di definitiva sconfitta. In questi anni ho tanto sbagliato, ma Gesù mi ha sempre corretto; sono caduto tante volte, ma Gesù mi ha rialzato di continuo; ho tradito sovente, ma Gesù mi ha costantemente perdonato; ho fallito in alcune situazione, ma Gesù mi ha dato altre possibilità.
Si dice che 20 anni sono nozze di cristallo. Il cristallo è un materiale prezioso, ma tanto delicato. È preziosa la mia vocazione, perché dono di Dio, ma tanto delicata, perché in mano di uomo fragile. Ma il Signore ha custodito questo dono prezioso e tanto delicato.
L’alleanza stabilita con me quel 26 giugno 1999 non l’ha mai rinnegata. Questo perché l’efficacia dell’unzione con la quale sono stato unto 20 anni fa, non dipende dalla mia santità, ma dal suo amore, dalla sua fedeltà, dalla sua scelta. Il Signore non si è mai distaccato da me. Se fosse dipeso dalla mia capacità, dalla mia bravura, dalla mia forza non so dove sarei, e cosa sarebbe stato del dono più bello che il Signore mi ha fatto, dopo la vita ed insieme alla fede: il sacerdozio ministeriale. In questi anni, soprattutto nei momenti di profonda debolezza, ho sentito sempre la voce di Gesù che mi diceva: Non temere, sono il tuo scudo, io ti difendo. Ed ancora oggi mi rivolge le stesse parole.
Insieme all’esortazione a non temere, oggi il Signore, come il versetto prima del Vangelo ci ha ricordato, ripete anche a me di rimanere unito a lui, rimanere attaccati a lui. Alleanza, come sappiamo in ebraico richiama qualcosa che si attacca, che si incolla e non si può più dividere. Il Signore si è incollato a me, ma mi invita a rimanere incollato a Lui per continuare a superare debolezze e fragilità. In questi anni ho continuamente fatto esperienza che senza il Signore è impossibile fare la qualsiasi cosa. Senza questo attaccamento a Gesù la mia vita personale, l’attività pastorale non porta frutto. Non temere, rimani unito a me, e produci frutti buoni, così Gesù ci ha detto nel Vangelo.
Ad Abramo il Signore lo invita a produrre, a fecondare, a generare. E quello che oggi il Signore dice anche a me. Non avere paura dei tuoi limiti, rimani unito a me e continua a produrre frutti nel tuo ministero, nonostante i tuoi limiti. Con vera e profonda consapevolezza devo dire che non sempre in questi anni ho prodotto frutti buoni, molto spesso ho generato male. Sono stato anch’io un lupo rapace, venuto in veste di pecora, secondo il detto evangelico. Di questo solo il Signore sa come sono profondamente addolorato e continuamente chiedo perdono a Lui, alla Madre Chiesa e a quanti ho scandalizzato ed offeso.
Ad Abramo il Signore garantisce una discendenza, oggi dopo 20 dico grazie a lui, che anche a me ha dato la grazia di vedere una discendenza: in modo particolare nei due figli, che sono tra i doni più preziosi con cui lui ha voluto arricchire e rendere fecondo il mio ministero paterno: P. Enrico, il mio primogenito, che si appresta a diventare padre e pastore di una graziosa comunità parrocchiale, e P. Fabio, che tra meno di 48 ore verrà ordinato presbitero. Non mi basterà tutta la vita e tutti gli anni del mio presbiterato per dire grazie al Signore per voi, carissimi, amati e preziosi figli; ma dico grazie anche per tanti altri magnifici figli, che in questi anni il Signore mi ha dato di generare nella fede. È vero sono misero, ma la misericordia di Dio mi ha arricchito oltre misura. È un mistero. Solo un mistero.
Grazie Signore, perché come ad Abramo tu mi ripeti: «Non temere, non avere paura dei tuoi limiti, io ti difendo; tu soltanto rimani incollato a me e continua a produrre, a lavorare, a generare, continua ad essere pastore. La mia mano è il tuo sostegno». Invoco ancora una volta una potente effusione dello Spirito Santo, perché lui rinnovi sempre il mio ministero presbiterale e sempre più infuochi il mio cuore di zelo pastorale. A Maria, Madre del mio sacerdozio ministeriale, ancora una volta mi affido, dicendo con lei e come lei, al mio Dio e al mio Signore: Fiat mihi secundum verbum tuum.


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