Omelia della Veglia in preparazione all’Ordinazione Presbiterale di P. Enrico

«O Sacerdos! Tu quis es?»

(Veglia di Preghiera in preparazione alla Sacra Ordinazione di P. Enrico 25.06.18)

«O Sacerdos! Tu quis es?».
Con questa domanda inizia un vecchio assioma sull’identità del Sacerdote; ed è su questo assioma che vorrei riflettere in questa veglia, in preparazione alla sacra Ordinazione presbiterale del nostro amato figlio Enrico.
«O Sacerdos! Tu quis es?». O Sacerdote! Tu chi sei?
Il vecchio assioma così continua:
«Non es a te, quia de nihilo».
Il sacerdote non trova senso in se stesso, non può contare su se stesso, perché è nulla, anzi, per meglio tradurre l’espressione latina, non conta niente, non è nessuno, in quanto è una semplice creatura, il più delle volte la più povera delle creature. Dio chiama sempre le persone più inadatte, per manifestare la sua potenza. Il sacerdote senza Gesù Cristo è nulla.
«O Sacerdos! Tu quis es?»
«Non es tu, quia Deus es».

Il sacerdote non è se stesso, perché grazie al sacramento dell’Ordine assume una nuova identità, una nuova natura. Non è più semplicemente un uomo, pur rimanendo in fondo un uomo. Con l’Ordine Sacro avviene un cambiamento ontologico, cioè la persona cambia essenza. Così come il pane e il vino, grazie alla preghiera di consacrazione, mutano sostanza diventando corpo e sangue di Cristo, pur rimanendo le specie del pane e del vino, così un uomo diventa presenza sacramentale di Cristo, pur restando debole e fragile creature. Il ministro, ci ricorda S. Tommaso d’Aquino, realmente fa le veci di Cristo Gesù; viene abilitato ad agire come rappresentante di Cristo.
«O Sacerdos Tu quis es?»
«Non es tui, quia servus omnium».
Il sacerdote non è per se stesso, non vive più per se stesso, perché è servo di tutti, in quanto immagine di Gesù Cristo, che è venuto a servire, a farsi servo di tutti.
«O Sacerdos Tu quis es?»
«Non es tibi, quia sponsus Ecclesiae».
Il sacerdote è più di se stesso, non si appartiene più, perché è sposo della Chiesa e sull’esempio di Cristo deve spendere la propria vita per la Chiesa, per il popolo a lui affidato, per ogni fratello o sorella consegnato alla sua cura pastorale.
«O sacerdos! Tu quis es?»
«Non es ad te, quia mediator ad Deum».
Il sacerdote non rivolge attenzione verso se stesso, non mette in mostra la sua persona. Il sacerdote non porta la gente a sé, non cerca il proprio interesse, perché è mediator ad Deum, mediatore tra il popolo e Dio. Come ricorda la lettera agli Ebrei, egli è costituito per le cose che riguardano Dio. Il compito del sacerdote è unirci a Dio; è portarci Dio e portarci a Dio. Proprio perché è immagine sacramentale di Cristo, egli è ponte tra l’umano e il divino. Il sacerdote serve per aiutare l’uomo ad incontrare Dio, per fare esperienza viva e vera di lui. Ecco perché S. Giovanni Maria Vianney, patrono di tutti i sacerdoti, afferma: «Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore».
«O Sacerdos! Tu quis es?»
L’assioma si conclude con queste parole:
«Quia ergo es? Nihil et omnia. O Sacerdos!»
«Nihil ed omnia»: è niente, perché è e rimane sempre un uomo, una creatura, come dicevo, il più delle volte la più fragile delle creature; è niente per la sua umanità, per la sua debolezza, per la sua fragilità, a causa dei suoi peccati; ma il sacerdote è tutto a causa del sacramento che ha ricevuto, che lo abilita ad una funzione e ad un ruolo specifico. Attraverso la Sacra Ordinazione è diventato immagine sacramentale di Cristo e agisce in suo nome. Ecco perché dice bene ancora il Santo Curato d’Ars: «dopo Dio, il sacerdote è tutto».
Diciamo grazie al Signore per il dono del sacerdozio ministeriale. Sempre il santo patrono dei parroci afferma: «Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore». Nel dire grazie a Dio diciamo grazie anche a coloro che rispondono alla chiamata con amore gioioso e preghiamo tanto per loro. Continua il Vianney: «Che gran cosa essere sacerdote! Se il sacerdote stesso lo capisse, ne morirebbe».
A Maria, Mater Clericorum Amabilis, affidiamo tutti i pastori e i nostri futuri pastori.


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